Situazione di partenza
Il cliente aveva campagne Meta attive da tempo. Vendevano, ma con un margine sottile: abbastanza per stare in piedi, troppo poco per aumentare il budget senza rischiare. La richiesta era semplice da dire e meno da fare: rendere le campagne abbastanza solide da poter crescere.
Prima di tutto, il tracciamento
Prima di toccare una sola campagna ho controllato cosa misurava il pixel. È il passaggio che si salta più spesso ed è il più pericoloso: se il dato è sbagliato, l'algoritmo ottimizza verso qualcosa che non esiste e ogni decisione successiva parte storta.
Ho verificato gli eventi di acquisto uno per uno e ho affiancato al pixel la Conversion API, che invia le conversioni dal server e non dipende da quello che il browser lascia passare. Solo con numeri affidabili aveva senso discutere di ottimizzazione.
Audience: partire dai clienti veri
Le campagne si appoggiavano soprattutto a pubblici per interesse. Ho spostato il peso su pubblici simili costruiti a partire da chi aveva già comprato, dando priorità ai clienti di maggior valore. Il ragionamento è questo: chi ha già speso racconta l'acquirente ideale meglio di qualsiasi interesse dichiarato.
Test creativi a cicli
Ho impostato i test a cicli regolari: pochi formati e poche varianti di testo per volta, un'ipotesi per ciclo. Le varianti peggiori uscivano, le migliori restavano e diventavano la base del giro successivo.
Una regola che mi sono dato: cambiare una cosa per volta. Se cambi creatività, pubblico e budget insieme, quando il risultato si muove non sai più perché.
Cosa porto via
Su Meta il lavoro che conta di più spesso non si vede nel gestore delle inserzioni: sta nel tracciamento e nella pazienza di testare una cosa alla volta. Il budget si alza solo quando i numeri reggono, e a piccoli passi, per non mandare all'aria la fase di apprendimento dell'algoritmo.