Gioco a tennis da quando avevo undici anni. Ho vinto oltre trenta trofei in tornei agonistici, ho perso partite che pensavo di vincere con certezza, e ho battuto giocatori con una classifica molto superiore alla mia in giornate in cui tutto funzionava. Ho anche iniziato a fare il giudice arbitro regionale, organizzando e gestendo tornei di tennis e padel in Veneto.
Dopo dieci anni, ho capito che il tennis mi ha insegnato cose sul lavoro che nessun corso di management avrebbe potuto trasmettermi con la stessa efficacia. Non perché il tennis sia una metafora del business — l'abuso di questa analogia è stucchevole — ma perché ti mette di fronte a certi meccanismi psicologici in modo diretto, senza rete di protezione.
La costanza batte il talento (quasi sempre)
Il tennis è uno sport in cui puoi essere tecnicamente inferiore all'avversario e vincere comunque, se sei più costante. Mandare la palla in campo, aspettare l'errore, non smettere di lottare nel quinto game del terzo set quando sei stanco: queste cose valgono più di un dritto perfetto che entra solo quando sei fresco.
Nel lavoro funziona esattamente così. I risultati nelle campagne non arrivano dalla trovata brillante del momento — arrivano dall'ottimizzazione sistematica, dalla revisione costante, dalla disponibilità a fare il lavoro noioso di analizzare i dati anche quando non dicono niente di interessante.
La maggior parte delle partite non le vinci: le vinci tu per errori dell'avversario. La maggior parte delle campagne non le ottimizzi con intuizioni brillanti: le ottimizzi eliminando quello che non funziona, uno strato alla volta.
Perdere senza drammi
Ho perso partite importanti. Alcune le ricordo ancora con fastidio. Ho sbagliato un match point, ho ceduto nel set decisivo dopo aver dominato i primi due, ho perso contro un avversario che avrei dovuto battere con certezza. Ogni volta, il lavoro vero inizia dopo la sconfitta: capire perché, senza cercare scuse, e ricominciare ad allenarsi.
Questa capacità di metabolizzare un fallimento senza esserne sopraffatti è probabilmente la cosa più utile che il tennis mi ha dato. In ogni progetto professionale ci sono campagne che non performano, strategie che sembravano solide e non lo erano, previsioni che si rivelano sbagliate. La velocità con cui riesci a girare pagina, analizzare e ripartire è un vantaggio competitivo reale.
Il giudice arbitro: vedere le regole dall'altra parte
Da qualche anno organizzo e arbítro tornei di tennis e padel in Veneto. È un'esperienza completamente diversa da quella del giocatore: invece di cercare di vincere, devi gestire situazioni difficili — giocatori in disaccordo, proteste, regole non chiare — rimanendo neutro e facendo rispettare le regole.
Mi ha insegnato molto sull'importanza di avere procedure chiare prima che emergano i conflitti. E sulla differenza tra essere autorevoli ed essere autoritari: le persone accettano decisioni difficili se percepiscono che il processo è stato giusto, anche se il risultato non li favorisce.
Il gioco mentale
Il tennis è per l'80% mentale. Puoi avere la tecnica più raffinata del torneo, ma se nel momento decisivo la testa cede, perdi. Ho imparato a riconoscere i segnali della pressione — respiro corto, pensieri anticipatori, tensione muscolare — e a gestirli con routine pre-punto che mi riportano al momento presente.
Non è meditazione. È disciplina applicata. E si trasferisce molto bene nelle presentazioni difficili, nelle trattative con i clienti, nelle situazioni in cui devi essere lucido mentre sei sotto pressione.