Gioco a tennis a livello agonistico da più di dieci anni. In questo tempo ho vinto oltre trenta tra trofei e coppe, e continuo a giocare per salire di classifica. Sono anche giudice arbitro regionale: organizzo e gestisco tornei di tennis e padel in Veneto. Il rosso che vedi in questo sito viene da lì, dai campi in terra battuta.
Non credo che il tennis sia una metafora del business: quell'analogia è abusata. Però è uno sport che ti mette davanti a certi meccanismi in modo diretto, senza rete. E alcuni me li porto dietro ogni giorno.
La costanza batte il colpo perfetto
Nel tennis puoi essere tecnicamente inferiore e vincere lo stesso, se sei più costante. Rimettere la palla in campo, aspettare il momento giusto, non mollare quando sei stanco: valgono più di un dritto spettacolare che entra solo quando sei fresco.
Nel lavoro è uguale. Le campagne non migliorano con l'intuizione brillante del giorno, migliorano con la revisione costante e con la voglia di fare anche la parte noiosa: guardare i dati quando non dicono niente di interessante, togliere un pezzo alla volta quello che non funziona.
Molte partite non le vince chi tira più forte, ma chi sbaglia meno. Molte campagne funzionano allo stesso modo.
Perdere senza drammi
In dieci anni di tornei si perde, e a volte si perde male. Il lavoro vero comincia dopo: capire perché, senza cercare scuse, e tornare ad allenarsi. Saper digerire una sconfitta senza esserne travolti è forse la cosa più utile che il tennis mi abbia dato. Anche nel lavoro ci sono test che falliscono e ipotesi che si rivelano sbagliate; conta quanto in fretta analizzi e riparti.
Dall'altra parte della rete
Fare il giudice arbitro è un'esperienza completamente diversa da giocare. Non devi vincere: devi gestire situazioni delicate, proteste e disaccordi restando neutrale e facendo rispettare le regole. Mi ha insegnato due cose. Le procedure vanno chiarite prima che nascano i conflitti, non durante. E le persone accettano anche una decisione che non le favorisce, se sentono che il processo è stato giusto.
La testa conta
Nei momenti decisivi di una partita la tecnica serve a poco se la testa cede. Con il tempo ho imparato a riconoscere i segnali della pressione e a riportarmi al punto che sto giocando, uno alla volta. È una disciplina che torna utile anche fuori dal campo: in una riunione difficile, davanti a un cliente, ogni volta che bisogna restare lucidi sotto pressione.